An archaeology of disability

Nell’ambito della manifestazione “Aree archeologiche e accessibilità: da limite a opportunità” è stata inaugurata l’installazione artistica An Archaeology of disability”, presentata alla Biennale di Venezia nel corso del 2021, che sarà visitabile fino al prossimo 20 aprile.

L’opera, curata da David Gissen, Jennifer Stager, Mantha Zarmakoupi e supportata dal Center for Hellenic Studies della Harvard Universityè composta da una proiezione, elementi litici di medie dimensioni e una postazione con sollecitazioni tattili ed è il frutto di una ricerca archeologica condotta da questi studiosi sulla maestosa rampa d’accesso che collegava l’agorà di Atene all’Acropoli, di cui restano oggi scarse tracce archeologiche e brevi descrizioni.

La domanda che gli autori dell’installazione si sono posti è quale sia il linguaggio più legittimo per descrivere qualcosa che non esiste e del cui aspetto conosciamo molto poco. La riflessione ha condotto alla lingua dei segni che, soprattutto nella sua versione più ‘recitativa’, non solo offre la possibilità di fornire informazioni legate a date, dimensioni, architettura, ma trasmette anche la dimensione emotiva del percorso.

Per l’occasione è stato rinnovato l’allestimento dei calchi della Gipsoteca che riproducono i monumenti ateniesi, a formare un unico percorso accessibile che si integri con la l’installazione temporanea. I calchi del Partenone, del tempietto di Atena Nike, dell’Efebo di Kritios e dei Tirannicidi sono stati dotati di nuovi pannelli esplicativi in italiano e inglese, corredati di QR code che rimanda a contenuti on-line: in questo modo, ciascuno potrà leggere i testi sul proprio dispositivo mobile selezionando dimensioni del carattere adeguate alle proprie esigenze. Per una lettura ancora più agevole, sarà inoltre possibile richiedere alla reception fogli di sala stampati in caratteri di grandi dimensioni.

 

L’installazione

 

Monumenti ateniesi:

            1. Tempietto di Atena Nike
            2. Efebo di Kritios
            3. I tirannicidi
            4. L’Acropoli
            5. Il Partenone

L’installazione

Questa installazione presenta alcuni esperimenti, nell’ambito della ricostruzione dell’acropoli di Atene, condotti da una archeologa del mondo classico e storica dell’architettura, da una storica dell’arte classica e da uno storico dell’architettura con disabilità. Il loro lavoro di ricostruzione riprende idee su corpi e disabilità presso uno dei più celebri siti architettonici storici, notoriamente inaccessibile.

Si è inteso indagare ciò che significa ricostruire elementi perduti dell’acropoli attraverso la lente d’ingrandimento di disabilità e invalidità. Questo approccio si differenzia da quelli che intendono creare un “patrimonio accessibile” conservando il passato ma apportando modifiche per garantire l’accessibilità.

L’alternativa che proponiamo al patrimonio accessibile è l'”archeologia della disabilità”. Recuperiamo reperti relativi al mondo dell’invalidità con linguaggi e forme sviluppati da e per le persone disabili.

Gli elementi che ricostruiamo interessano diversi ordini di grandezza: un’enorme rampa del V secolo a.C. che collegava l’agorà all’acropoli, una serie di dipinti della galleria all’ingresso dell’acropoli con raffigurazioni di corpi, dei e violenza; e un antico sedile di pietra su cui riposare dopo essere saliti su per la rampa.

Si tratta di elementi che scomparvero molto tempo fa e di cui non si dispongono dettagli precisi su forme e materiali utilizzati. Perciò, li ricostruiamo utilizzando criteri moderni relativi a invalidità e accessibilità, proponendo soluzioni che reputiamo valide, pur consapevoli che non sono le uniche percorribili.

La rampa è stata ricostruita con forme visive e tattili nel contesto di un più ampio “racconto” su come accedere all’acropoli. Al sedile di pietra è stata data una forma tale da consentire a persone di diversa corporatura di potersi sedere. I dipinti, noti soltanto grazie a testimonianze scritte, sono stati riportati in vita in formato audio e mediante la lingua dei segni.

Nel complesso, questi reperti dimostrano come la disabilità possa modificare la forma canonica dei monumenti. La descrizione del nostro approccio potrebbe proseguire con altri esempi relativi a questo o ad altri siti. Il nostro lavoro la diversità umana per conferire maggior complessità alla rappresentazione statica di spazi e tempi della storia.


1. Tempietto di Atena Nike

I calchi riproducono alcune parti della balaustra del tempietto dedicato ad Atena Nike (Vittoria) sull’Acropoli di Atene. Il tempietto fu realizzato tra il 430-420 a.C. dall’architetto Kallikrates nel settore meridionale dell’Acropoli, immediatamente visibile per quanti facciano l’ingresso alla spianata dai Propilei. Si tratta di un tempio di ordine ionico, anfiprostilo tetrastilo, cioè dotato di quattro colonne sulla fronte e altrettante sul retro. A causa delle piccole dimensioni della cella (5,44 x 8, 27 m), la parete d’ingresso venne sostituita da ante laterali e pilastri, tra cui doveva essere collocata una cancellata bronzea. Intorno alla cella, in alto, corre un fregio continuo (com’è tipico dell’ordine ionico) che narra le vicende legate alle Guerre Persiane. Alcuni anni più tardi, intorno al 410 a.C., il tempio venne abbellito da una balaustra in marmo pentelico, decorata con Nikai (Vittorie) in atto di sacrificare e alzare trofei dinanzi ad Atena, la dea della città. Soprattutto l’immagine di una Nike che si aggiusta il sandalo riassume efficacemente la cifra stilistica di questi rilievi: le pieghe fitte e aderenti del chitone assecondano il movimento libero di un corpo dai solidi volumi. Questi elementi stilistici fanno pensare che i bassorilievi della balaustra siano stati realizzati da un artista formatosi nel cantiere del Partenone, sotto la guida di Fidia.

Attraverso l’ambizioso programma decorativo del tempio, che ruota intorno alla dea protettrice della città (venerata con l’epiteto di Vittoria) e a un grande successo militare del passato (la vittoria contro i Persiani), gli Ateniesi mettono in scena le proprie ambizioni politiche in anni tormentati, segnati dal conflitto fratricida noto come Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), che vede Atene e Sparta affrontarsi insieme ai propri alleati.


2. Efebo di Kritios

Questo calco in gesso riproduce una statua in marmo proveniente dall’Acropoli di Atene, dove è stata rinvenuta in due parti in altrettante “colmate”, cioè depositi di oggetti cultuali e votivi seppelliti a seguito di eventi traumatici (come ad esempio il sacco persiano): il torso fu trovato nel 1865 nella colmata a sud-est del Partenone, mentre la testa fu scoperta nel 1888 nella colmata tra il vecchio museo e il muro sud dell’Acropoli.

Il cosiddetto Efebo rappresenta una cesura rispetto alla produzione dei kouroi (in greco, giovani uomini) di Età Arcaica caratterizzati da staticità, frontalità, limitata plasticità nella resa anatomica e dal cosiddetto “sorriso arcaico” che ne animava i volti. Nell’Efebo di Kritios il peso grava solo sulla gamba sinistra portante e arretrata, mentre quella destra è leggermente flessa e avanzata, con un elegante accenno di moto che si riflette nel lieve sollevamento dell’anca sinistra. La massa muscolare è trattata in maniera armoniosa, come mostrano le spalle larghe e arrotondate, la morbidezza dei pettorali e il modellato dell’arcata epigastrica e del solco inguinale.

La testa è rivolta verso destra e lievemente inclinata e i capelli, a piccole onde, aderiscono alla calotta raccolti in una treccia che si avvolge intorno al capo. Il volto ha perso il “sorriso arcaico”. La resa calligrafica delle ciocche con fini incisioni e la lavorazione a parte degli occhi, realizzati in pasta vitrea o pietre dure, hanno fatto pensare al lavoro di un artista formato che avesse familiarità con la lavorazione del bronzo; per questo motivo, è entrata in uso l’attribuzione convenzionale a Kritios, considerato autore del gruppo dei Tirannicidi. Questi aspetti permettono di collocare l’Efebo di Kritios all’inizio della produzione statuaria del cosiddetto Stile “Severo”, che caratterizza l’arte greca dei decenni successivi alle Guerre Persiane, dal 480 al 450 a.C. circa.

 

DATA DI INGRESSO IN GIPSOTECA: 1957-58

Acquisizione del Prof. S. Ferri. Dono dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Roma.

 


3. I tirannicidi

Il calco riproduce il gruppo dei Tirannicidi (“Uccisori dei Tiranni”), copia romana in marmo di un originale greco, che mette in scena un momento cruciale della storia civica di Atene. Armodio e Aristogitone avevano infatti attentato alla vita di Ippia, tiranno di Atene, e del fratello Ipparco. Nel tentativo rovesciare il tiranno, Armodio morì, mentre Aristogitone venne ucciso poco dopo. Alla cacciata di Ippia (510 a.C.), Atene commemorò i Tirannicidi commissionando all’artista Antenore la realizzazione di due statue in bronzo. Quest’immagine di esemplare valore venne collocata nell’agora, dove rimase fino al 480 a.C., quando fu sottratta dai Persiani durante l’occupazione della città. Secondo le fonti antiche, al termine delle Guerre Persiane, gli Ateniesi affidarono agli artisti Kritios e Nesiotes l’esecuzione di un nuovo gruppo bronzeo (477-476 a.C.) destinato all’agora. Sembra che alla caduta dell’impero persiano, sconfitto da Alessandro Magno, il gruppo di Antenore sia stato restituito agli Ateniesi e nuovamente collocato nell’agora.

I protagonisti sono colti nell’atto che li ha consegnati alla storia, i corpi nello slancio dell’attacco e i volti imperturbabili. La forza e l’impeto con cui Aristogitone, barbato, e Armodio, più giovane, stanno per scagliarsi contro il nemico sono resi evidenti dalle braccia protese e dall’ampia falcata.

Il gruppo dei Tirannicidi ci è noto attraverso diverse copie di età romana di uno dei due originali bronzei (quello di Antenore o quello di Kritios e Nesiotes): ancora oggi si dibatte sull’identità del modello per le repliche romane e sulla somiglianza tra i due originali in bronzo perduti.

 

DATA DI INGRESSO IN GIPSOTECA: 27 Maggio 1887

I calchi appartengono al nucleo inziale della Gipsoteca, acquistati dal Prof. G. Ghirardini, insieme ad altre opere tratte da sculture del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.


4. L’Acropoli

Abitata sin dalla preistoria, l’Acropoli (città alta) di Atene si era man mano fortificata sino a ospitare, in età micenea, un palazzo. Nei secoli, l’Acropoli era divenuto il cuore religioso della città. Nel 480 a.C., i Persiani conquistarono Atene saccheggiando e distruggendo gran parte della città e i monumenti che abbellivano l’Acropoli. Al termine delle Guerre Persiane, gli Ateniesi intrapresero un lungo e ambizioso programma di ripristino dell’Acropoli, che nel V secolo fu dotata di un’imponente veste monumentale, specchio del potere economico della città e della sua egemonia nella regione. Gli antichi arredi sacri e le offerte votive profanate dai Persiani, segno tangibile di una traumatica violazione dell’identità civica e religiosa degli Ateniesi, vennero seppelliti ritualmente sull’Acropoli stessa. Tra i più convinti promotori della ricostruzione dell’Acropoli fu Pericle, protagonista della vita politica ateniese intorno alla metà del secolo, che affidò la direzione dei lavori, come episkopos (soprintendente), allo scultore Fidia. Per decenni, i cantieri dell’Acropoli procedettero a ritmo serrato. Plutarco, autore di Età imperiale romana, vissuto tra il I e il II secolo d.C., ricorda che “gli edifici salivano superbi di mole, impareggiabili in grazia di linee, poiché gli artigiani andavano a gara per superarsi l’un l’altro nella perfezione del lavoro. Ma specialmente era sbalorditiva la celerità con cui progredivano” (trad. da A. Giuliano, Enciclopedia Treccani, Il mondo dell’archeologia 2004).

All’Acropoli si accedeva dal meno ripido versante occidentale attraverso i Propilei (dal greco pro, “davanti”, e pyle, “porta”, posto davanti alla porta). Questo complesso, edificato tra il 438 e il 432 a.C. dall’architetto Mnesikles, è composto da diversi ambienti posti su livelli differenti e dotato da un duplice ingresso: a ovest verso la città e a est verso la spianata monumentale.

Il corpo centrale, delimitato a nord e a sud da due file di colonne, si apriva nella parte settentrionale verso la Pinacoteca dove erano custoditi i dipinti (pinakes) offerti in dono ad Atena.

Sull’opposto lato sud, lo spazio venne occupato tra il 430 e il 421 a.C., dal tempietto di Atena Nike (Vittoria).

Il tempio più maestoso, il Partenone, dedicato ad Atena Parthenos (Vergine), fu il primo ad essere edificato tra il 447 e il 438 a.C. dagli architetti Iktinos, Kallikrates e Mnesikles; l’ornato scultoreo, affidato allo stesso Fidia, fu terminato solo nel 432 a.C.

L’Eretteo, posto nel settore settentrionale della spianata, ebbe una costruzione lunga e travagliata, che s’intreccia con le alterne vicende della Guerra del Peloponneso. Intrapreso nel 421 a.C., il cantiere terminò solo nel 404 a.C., dopo lunghe interruzioni. L’inconsueta pianta del tempio è frutto della volontà di accorpare in un unico edificio diversi ambienti ognuno dei quali utilizzato per venerare divinità: Poseidone-Eretteo, Zeus e Atena. Sul lato meridionale dell’edificio si trova la celebre loggia delle Cariatidi, che prende il nome dalle sei statue di fanciulle (korai), dette appunto Cariatidi, che sostengono l’architrave.

Nella Vita di Pericle di Plutarco, i monumenti dell’Acropoli sono evocati come segno di un passato, al contempo, irripetibile ed eterno: ciascuna delle opere erette in quegli anni “per bellezza fu subito, già allora, antica, ma oggi esse ci appaiono fresche, come fossero state appena ultimate. Ne sgorga come una perenne giovinezza che le conserva immuni dall’assalto del tempo, quasi fossero intrise di uno spirito vitale e di un’anima incapace di invecchiare” (trad. di S. Settis).

 

 

5. Il Partenone

Il Partenone, tempio di Atena Parthenos (Vergine) eretto tra il 447 e il 438 a.C., è l’edifico sacro più maestoso dell’Acropoli, dotato di otto colonne doriche sui lati brevi e diciassette sui lati lunghi. Attraverso le sei colonne del pronao si accedeva alla cella, divisa in due parti. L’ambiente posto nel tratto est, lungo 19 metri, era scandito su tre lati da due registri di colonne doriche, che ripartivano la cella in tre navate. Al centro era collocata la statua di Atena crisoelefantina (cioè realizzata in placche di oro e avorio fissate a un’intelaiatura lignea), opera di Fidia. Il vano occidentale, di dimensioni minori, era dotato di quattro colonne ioniche a sostenere il soffitto. Tale sala, detta Parthenos, era probabilmente il luogo dove venivano custoditi il tesoro della città e gli arredi sacri del tempio o, secondo un’altra ipotesi, l’ambiente in cui le vergini (parthenoi) tessevano e ricamavano il peplo da offrire ad Atena durante le feste in suo onore (le Panatenee).

La statua di Atena Parthenos, alta circa dodici metri, raffigurava la dea in piedi con l’egida (una sorta di corazza in pelle di capra con la testa mostruosa della Gorgone) sul petto. Nella mano destra, appoggiata ad una colonnina, era posta una piccola Nike alata (Vittoria). Sulla spalla sinistra poggiava una lancia, mentre la mano corrispondente della dea teneva uno scudo, ornato sul lato esterno da un’altra testa di Medusa e da scene dell’Amazzonomachia (la guerra mitica fra Greci e le Amazzoni, tribù di donne guerriere), mentre l’interno presentava scene dello scontro fra le divinità dell’Olimpo e i Giganti (Gigantomachia). Dietro lo scudo spuntava un serpente, simbolo di Erittonio, il mitico fondatore di Atene allevato dalla stessa dea. I bordi dei sandali erano decorati con scene di combattimento fra i Lapiti, mitico popolo della Tessaglia (regione della Grecia), e i centauri, la cosiddetta Centauromachia – altro mito all’insegna del conflitto tra barbarie e civiltà. La base di sostegno della statua era abbellita dalla raffigurazione della nascita di Pandora (la prima donna del mito greco).

I soggetti che decoravano la statua di Atena trovano un’eco nella decorazione scultorea del Partenone, affidata anch’essa a Fidia e terminata nel 432 a.C. I calchi esposti qui in Gipsoteca riproducono le dee Demetra e Kore che assistono, sedute, alla nascita di Atena e che, insieme ad altre divinità, componevano la decorazione del frontone orientale (elemento architettonico di forma triangolare collocato in corrispondenza della facciata del tempio). Le statue del frontone occidentale, invece, narravano la contesa fra Atena e Poseidone per il controllo dell’Attica (la regione in cui si trova Atene). Sui lati esterni del tempio correva un fregio dorico, ripartito cioè in metope figurate e triglifi (elementi decorativi solcati da scanalature verticali); le metope raffigurano, sui diversi lati dell’edificio, scene di Gigantomachia (mitica lotta tra dèi e Giganti), Centauromachia, Amazzonomachia e della distruzione di Troia.

Un secondo fregio decorava i lati esterni della cella. Si tratta di un fregio continuo, caratteristico dell’ordine ionico, raffigurante un unico evento: la festa delle Panatenee. Il corteo parte dal lato occidentale e si divide in due parti (lungo i lati nord e sud) per poi ricongiungersi sul versante orientale, in corrispondenza dell’ingresso del tempio, dove anche le divinità assistono all’evento. I calchi in mostra in Gipsoteca riproducono alcuni momenti della processione che si teneva durante la festa: giovani che portano sulle spalle vasi per l’acqua (un tipo di contenitore chiamato in greco hydria), i vittimari che conducono gli animali per il sacrificio, i cavalieri al galoppo o che tengono i cavalli per le briglie e le fanciulle, dette Canefore o Ergastine, che ricamavano il peplo di Atena, qui rappresentate mentre avanzano in coppie.

La vita del Partenone non terminò con l’età classica: in epoca medievale venne trasformato in chiesa e successivamente in moschea, quando la Grecia venne conquistata dagli Ottomani nel Quattrocento. Nel 1687, durante un assedio veneziano, alcuni colpi di mortaio colpirono l’edificio, nel quale erano state stoccate munizioni ed esplosivi, provocando gravi danni alla struttura e al suo ornato. Agli inizi dell’Ottocento, Thomas Bruce, conte di Elgin e ambasciatore inglese a Costantinopoli, ottenne il permesso di disegnare e studiare le antichità dell’Acropoli e di rimuovere le sculture superstiti. Lord Elgin fece smontare e trasportare in Inghilterra buona parte delle sculture del Partenone. Nel 1816, i “Marmi Elgin” furono acquisiti dal British Museum di Londra dove ancora oggi si trovano, sebbene il governo greco ne reclami con forza la restituzione ormai da diversi anni.